Putin e i suoi nemici

Rostislav Ishenko, Fort Russ 8 luglio 2015

 E’ noto che la politica estera sia un’estensione della politica interna. Pertanto dato che Putin guida una politica di riconciliazione nazionale, non sorprende che la politica estera sia anch’essa decisamente pacifica. Ciò irrita molti, irritati dal radicalismo insufficiente interno ed estero. Si è arrivati al punto che il presidente, i cui sforzi hanno permesso alla Russia di ristabilirsi come superpotenza, sia accusato di essere debole e pronto a piegarsi all’occidente. E’ davvero così? Penso che Khodorkovskij, Gusinskij, Berezovskij e altri simili casi di meno noti pericolosi compari indichino che il Presidente della Federazione Russa sa chiaramente dove sia la linea che separa compromesso e capitolazione. Ed ogni compromesso di Putin è andato a vantaggio di Putin. La direzione dei cambiamenti non lascia alcun dubbio che l’obiettivo finale sia “dirigere” l’economia ed essere sempre più attivi a livello internazionale, sostenendosi a una necessaria e sufficiente forza militare. Putin ha passato questi quindici anni di governo perseguendo una strategia multiforme consistente nei seguenti elementi:
Garantire la stabilità politica interna attraverso il perseguimento di una politica di compromesso nazionale (gli oligarchi, a parte i più rapaci, non andavano “de-kulakizzati”, ma indotti a un patto di non aggressione conservando i loro beni in cambio dell’estraneità politica e della volontà di adottare, senza condizioni, politiche aziendali al servizio degli interessi nazionali, punendone i violatori severamente).
Creare favorevoli condizioni politiche internazionali attraverso una politica di opposizione limitata all’occidente (la Russia ha risposto alle sfide ma senza lasciare le norme della “decenza”, non consentendosi di fare più di Francia e Germania e, in generale, preservano la retorica amichevole verso l’occidente).
Guadagnare tempo, circa dieci anni, per ripristinare e sviluppare l’economia e le forze armate, preparare il riorientamento dei rapporti economici (motivo per cui le sanzioni non funzionano) e dissociare il sistema finanziario nazionale dal dollaro (si confronti la situazione dell’Ucraina, dove è chiaramente visibile che una volta crollata la grivna, quasi tutti i prezzi sono cresciuti in proporzione, ma in Russia un segmento significativo dei prezzi in rubli, in altre parole le merci che non dipendono dalle importazioni, è rimasto fermo o entro i limiti dell’inflazione).
Creare alleanze economiche e politiche, cercando partner per la cooperazione militare.
Si potrebbero aggiungere altri 10 punti secondari ma credo che questi siano i principali. L’obiettivo della strategia russa in questi anni è stato guadagnare tempo per rafforzare la posizione interna ed estera dello Stato, che inevitabilmente entrerà in conflitto mortale con gli Stati Uniti. La maggior parte degli sforzi del team della leadership negli ultimi 15 anni, fu dedicata al raggiungimento di questi obiettivi per guadagnare tempo e preservare la stabilità. In linea di principio, sono l’ABC della politica, se si può raggiungere l’obiettivo senza scontro e destabilizzazione, vuol dire che scontro e destabilizzazione sono dannosi. A nessuno piacciono i teppisti e gli avventurieri in politica interna o estera. Alla fine, appare come gli Stati Uniti, in ciò che gli scacchisti chiamano questioni di di tempo per giocare una partita a lungo termine strangolando la Russia proprio come Reagan e Bush padre fecero con l’URSS di Gorbaciov, abbiano avviato lo scontro e promosso instabilità fino al punto di creare problemi ai propri alleati. Gli Stati Uniti intimidiscono e controllano l’Europa (anche se non tutto il mondo), e cosa più importante, scontano perciò la crescita mondiale dell’antiamericanismo. Tra l’altro, se gli alleati sono semplici satelliti e non amici posti su un piano di parità, ma per imposizione di una potenza superiore, la potenza va esibita continuamente (costringendo gli Stati Uniti a sovraccaricare le risorse militari e spremere troppo il bilancio), perché non appena si mostra debolezza, si sarà traditi dagli alleati che corrono dall’avversario.
Non è sorprendente che oggi Putin continui la politica estera che s’è già dimostrata di successo. La Russia non cerca lo scontro, ma delinea chiaramente i limiti del compromesso. Washington è consapevole che tale compromesso metterà Putin al comando assoluto della situazione in Europa, Nord Africa e Medio Oriente, mentre la Russia scaccerebbe gli Stati Uniti da Asia, Africa sub-sahariana e America Latina, in collaborazione con altri Paesi BRICS. Pertanto gli Stati Uniti cercano di provocare un conflitto. E lo provocheranno prima o poi. Ma ogni giorno guadagnato rende la Russia più forte e gli Stati Uniti più deboli. In queste condizioni, con una diretta opposizione a un nemico forte e pericoloso la Russia verrebbe pugnalata alla schiena da chi si definisce “patriota”, e che definisco “militaristi” per non confonderli con i veri patrioti. Incolpano vilmente astratte autorità russe e una altrettanto astratta “quinta colonna” (hanno anche introdotto il termine “sesta colonna”, che non ha attecchito), così come accusano vari membri del team presidenziale di tradire gli interessi nazionali. E’ vile perché è chiaro che puntano al presidente. Decide la politica estera del Paese, avendone la responsabilità (anche del lavoro della sua squadra), e non hanno mai negato che Putin abbia messo il Paese sulla strada giusta, ma hanno paura di dichiararsi oppositori di Putin, il suo sostegno è troppo grande come la fiducia popolare. Pertanto mordono le gambe dello sgabello presidenziale mentre professano lealtà al presidente e comandante in capo. I “militaristi” conducono anche una propaganda dannosa perché operano dalle stesse posizioni del presidente, ma più radicali. Come tutti i cospiratori in Russia (dall’antichità ai nostri giorni) sono disposti a destabilizzare e persino al conflitto civile per perseguire un nobile obiettivo, “Salvare la Russia”, stravolgendo la società, cosa non difficile in condizioni di profonda crisi internazionale e di complesse manovre di politica estera, che potrebbero porre la base della ribellione. Si veda l’esempio ucraino, cosa succede quando persone certe del loro diritto esclusivo al patriottismo e dell’utilità delle esecuzioni per garantire l’integrità e il benessere del Paese, vanno al potere. Questi patrioti avevano anche creduto che le autorità non fossero sufficientemente patriottiche. Presero i fucili e cacciarono Janukovich. Poi, dopo aver scoperto che non tutti condividono la loro idea di patriottismo, hanno iniziato la guerra civile ed ora sono sull’orlo della guerra totale. Tuttavia, una volta che si scambia la legge con un Kalashnikov, per cacciare la maggioranza “sbagliata” dal potere (perché non ci sarebbe bisogno di Kalashnikov se si avesse la maggioranza), si seguirà tale strada fino alla fine, prima si spara ai compagni di viaggio, poi ai compagni di partito, e infine ai più stretti collaboratori, perché esistono sempre differenze di opinione e i “militaristi” hanno un solo modo di affrontare i problemi; chi spara per primo ha ragione. A tal proposito, gli pseudo-patrioti “militaristi” russi non sono diversi da Settore destro. L’unica differenza è una parola. Si cambi ucraino con russo e non si vedrà la differenza. I loro metodi, mera violenza, rifiuto delle libertà costituzionali e terrore, sono identici e i “militaristi” russi non devono mai prendere il potere, il risultato sarebbe l’Ucraina e anche (considerando dimensioni e diversità della Russia) peggio.
Le autorità russe non hanno dato alcun motivo, negli ultimi 15 anni, di sospettare sentimentalismo, incompetenza o miopia. Come ho già scritto, Putin ha sempre reagito istantaneamente e con decisione ad eventuali minacce reali. I liberali oggi sono emarginati e deboli, per di più qualsiasi attività liberale pro-USA effettivamente beneficia i militaristi perché convalida la loro tesi della necessità di misure dure. Non è un caso che liberali e militaristi spesso convergano sugli stessi eventi. Allo stesso tempo, i militaristi pretendono di non volere il potere in sé, ma il diritto esclusivo di dettare alle autorità ciò che dovrebbero fare. Volenti o nolenti, i “militaristi” violano i patti, attaccano la politica del compromesso nazionale la cui distruzione porterebbe alla guerra civile e alla distruzione dello Stato russo. Non è difficile immaginare chi sarà il maggior bersaglio delle misure di stabilizzazione del governo (in realtà anti-Maidan). Perché solo i patrioti sono saltati su Maidan e tutti per interesse nazionale. Alcuna “quinta colonna” è stata invitata. Tutti gli altri, tutti coloro che non supportano Maidan sono la “quinta colonna”. Per inciso, gli studenti di Tiananmen avevano le migliori intenzioni. Qualcosa mi dice che se Putin dovesse scegliere tra i metodi di Gorbaciov e quelli di Deng Xiaoping, gli sarà facile seguire le orme del vecchio saggio cinese. Ma la Russia ha bisogno di stabilità interna ed anche la rapida distruzione della peggiore opposizione “militarista” è una forma di destabilizzazione. Pertanto sarebbe preferibile evitare misure contro i “militaristi”, quelle che i militaristi oggi vorrebbero usare contro gli avversari.



 Traduzione di Alessandro Lattanzio – SioAurora