L’Egitto affronta l’islamismo radicale

Boris Dolgov, Strategic Culture Foundation,

 Nel febbraio 2015, militanti libici dello Stato Islamico (IS) hanno brutalmente giustiziato 21 cittadini egiziani. Erano tutti cristiani copti. Gli egiziani furono presi in ostaggio circa un anno fa, nei pressi della città libica di Sirte. I militanti dell’IS hanno già effettuato una serie di tali crimini. Tra le decine di loro vittime vi sono cittadini di Iraq, Siria, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Giordania. Molto probabilmente l’obiettivo di tali attacchi sanguinari è cercare d’intimidire tutti coloro che si battono contro l’IS e d’instillarvi la paura di una morte imminente se dovessero cadere nelle loro mani. In una certa misura la tattica funziona. Ad esempio, dopo aver giustiziato un pilota giordano catturato dai terroristi, gli Emirati Arabi Uniti, della coalizione anti-IS guidata dagli Stati Uniti, hanno sospeso gli attacchi aerei sulle posizioni degli islamisti finché gli statunitensi “garantiranno la completa sicurezza a tutti i piloti che effettuano attacchi aerei contro l’IS”. “I nuovi crociati che combattono l’Islam”, è il video che mostra l’esecuzione dei cittadini egiziani, i capi dell’IS annunciavano che giustiziano coloro “che portano la croce”. Il cinismo e la doppiezza di tali affermazioni sono chiari: prima di tutto, gli egiziani giustiziati erano civili, non combattimenti contro l’IS, e in secondo luogo, molte vittime dell’IS sono musulmani, e l’esecuzione raccapricciante del pilota giordano, bruciato vivo in una gabbia di ferro, ne è un vivido esempio. Dopo l’esecuzione degli egiziani, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha fatto un appello televisivo ai concittadini affermando che l’Egitto “effettuerà la rappresaglia al momento opportuno”. Non è un caso che i terroristi dello Stato islamico abbiano scelto cittadini egiziani come loro ultime vittime. Si tratta d’intimidazione e vendetta per punire la nazione che lotta contro l’islamismo radicale. Dopo tutto, il presidente Mursi, sicofante dei Fratelli musulmani, fu rimosso dal potere in Egitto nel luglio 2013 dall’esercito guidato da Abdalfatah al-Sisi, poi ministro della Difesa. L’estromissione del presidente islamista Muhammad Mursi era il modo dell’esercito di soddisfare le richieste di tutti i partiti politici di sinistra, liberali e nazionalisti, e del partito al-Nur (Partito della Luce), che dichiararono di avere raccolto più di 20 milioni di firme per chiedere le dimissioni di Mursi. Le azioni dell’esercito egiziano furono sostenute da Ministero degli Interni e Corte costituzionale egiziani, e dai presidi di al-Azhar (il più famoso centro di cultura islamica di Cairo) e dal patriarca copto. I radicali islamisti, tra cui gli attuali capi dello Stato islamico (al momento conosciuto come Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL)), che guidano anche la guerra terroristica in Siria contro il governo di Bashar al-Assad, oltre ad al-Qaida e Fratelli musulmani d’Egitto, videro nelle azioni dell’esercito egiziano di al-Sisi un duro colpo ai loro piani. Tanto più che la nuova leadership in Egitto, guidata da al-Sisi, poi vietava le operazioni dei Fratelli musulmani etichettati organizzazione terroristica.
 A loro volta, i gruppi estremisti della Fratellanza musulmana e i jihadisti infiltratisi in Egitto dai Paesi limitrofi iniziavano una guerra terroristica contro il governo egiziano, commettendo attentati terroristici nelle città egiziane, anche contro le forze dell’ordine e i militari a Cairo e Alessandria. I terroristi erano più attivi nel Sinai, dove hanno creato un gruppo armato noto come Stato islamico della Provincia del Sinai. Nella provincia di Shayq Zuwayd, nel Sinai Centrale, gli islamisti hanno un centro di comunicazione in grado di tracciare i movimenti dell’esercito egiziano e d’intercettare le conversazioni dei comandanti dell’esercito. Le forze islamiste nel Sinai comprendono 12 gruppi taqfiri sostenitori dell’IS, oltre a distaccamenti di jihadisti noti come Sostenitori della Santa Casa (Ansar Bayt al-Maqdis) (1). Dal gennaio 2015, l’esercito egiziano ha condotto ampie operazioni antiterrorismo nella penisola del Sinai, coinvolgendo aerei, unità corazzate e forze speciali dell’esercito. Secondo le dichiarazioni del comando dell’esercito egiziano, sono stati eliminati circa un centinaio di militanti, depositi di armi, posti di comando e un centro di comunicazione. Durante le operazioni militari, l’aviazione egiziana ha ripetutamente colpito obiettivi islamisti in Libia. E’ importante notare che lo Stato libico è stato spazzato via dopo il rovesciamento di Gheddafi. Il nuovo regime in Libia è tutt’altro che capace di controllare il Paese. Il potere in provincia è in realtà nelle mani di clan locali e organizzazioni tribali dotati di propri gruppi paramilitari, costituenti la maggior parte dei “ribelli” che combatterono contro Gheddafi. Operano abbastanza apertamente in Libia, reclutando nuovi combattenti e creando campi per addestrarli, oltre ad utilizzare le armi prese dai magazzini dell’ex-esercito libico, così come armi fornite dalla NATO durante la lotta al regime di Gheddafi. La Libia, in effetti, è divenuto un focolaio dell’islamismo radicale. Muammar Gheddafi combatté contro tale forza. Più di 600 jihadisti erano nelle sue prigioni per il loro coinvolgimento nei gruppi islamici terroristi. Dopo che Gheddafi fu rovesciato, furono tutti rilasciati e unendosi a diversi gruppi armati che abbracciarono la jihad armata come mezzo per creare lo Stato islamico.
Ci sono attualmente due centri di potere in Libia. Quello dei capi degli islamisti libici, come l’ex-capo del Gruppo combattente islamico libico Abdalhaqim Belhaj alla testa del Congresso Nazionale Generale (GNC) di Tripoli, controllato dagli islamisti. Il contrappeso al GNC è il governo libico di Tobruq, riconosciuto dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale, e per conto del quale le truppe dell’esercito libico appena creato, supportano le operazioni dell’esercito egiziano contro i gruppi islamici. Secondo l’esercito egiziano, gli islamisti radicali in Libia hanno creato circa 20 campi di addestramento per i terroristi inviati in Egitto a commettere attentati terroristici. Nella rappresaglia, la forza aerea egiziana ha inflitto gravi colpi a tali obiettivi. L’Egitto ha inoltre presentato una proposta alle Nazioni Unite per il blocco internazionale delle coste libiche, evitando che gli islamisti siano riforniti di armi e che nuovi combattenti entrino nei loro ranghi. Alle Nazioni Unite, il portavoce del governo libico aveva proposto di abolire l’embargo sulle forniture di armi alla Libia, introdotto nel 2011, permettendo quindi all’esercito libico di assumere un ruolo più attivo nella lotta contro l’ala libica dell’IS. Il rappresentante russo alle Nazioni Unite non ha escluso la partecipazione della Russia al blocco delle coste libiche, né il possibile coinvolgimento di forze di pace russe nella lotta all’IS. Si può presumere che gli attacchi terroristici contro l’Egitto da parte dello Stato Islamico (IS) siano indotti dalla politica della leadership egiziana di riavvicinamento alla Russia, compresa la cooperazione tecnico-militare rafforzata dopo la recente visita del Presidente Putin in Egitto. L’IS è una minaccia per Russia ed Egitto, a causa delle minacce degli islamisti di una “jihad per liberare la Cecenia”. Ampliare la cooperazione tra Russia ed Egitto nella lotta all’islamismo radicale, così come il supporto militare e politico della Russia alle azioni contro l’IS in Libia, sono nell’interesse reciproco di Cairo e Mosca.

(1) Un cambiamento di strategia?, 18/02/2015

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora